
Vaniglia si unisce all'appello di Diritto alla Rete .
E oggi si sciopera.
Nella settimana appena passata c'è stata una enorme convergenza tra foodblogger nel ricettare in merito al recupero alimenti in cucina.
hai un giorno libero e ti viene in mente di inventariare il frigo. Trovi un panetto di burro salato, acquistato di recente, di buona qualità, CHE STA SCADENDO. 200 gr.. Ora, non è che da queste parti ci spaventiamo di 200 gr. di burro salato, anzi lo sparnicciamo in quattro e quattro otto. Solo che oltre al burro c'è anche una confezione di panna acida che hai cercato di sbolognare a tua sorella che vuole fare il cheese cake ai mirtilli (per dettagli vedere ultimi commenti , di antonella, qui), ma che non ha avuto tempo di passare da te a prendere la preziosa panna, sostituendola (secondo tuo consiglio) con mascarpone (quella tipa mi da un sacco di soddisfazioni). Panna acida 250gr da usare SUBITO.
Per il week-end vi lascio questa.Ieri alla fermata dell'autobus sentivo due signore parlare, una aveva il carrello con le ruote, e diceva di andare al mercato a cercare le prugne, "per fare le marmellatine per le sue amiche".
Mi ha messo così di buon umore...
Lavare e lasciar asciugare le albococche. Tagliarle longitudinalmente in due parti e priverle del nocciolo e del picciolo. Metterle in una ciotola capiente, ricoprirle dello zucchero e irrorarle del succo di limone. Non mescolare.
Far riposare, coperte, in frigo per tutta la notte.
Il giorno successivo preparare i barattoli facendoli bollire alcuni minuti in una pentola capiente e asciugandoli benissimo con un canovaccio pulito, mescolare le albicocche e trasferirle in una pentola capiente e a fondo spesso.
Cuocere a fuoco moderato per circa 20'. Dopo un po' abbassare la fiamma*.
Quando la marmellata comincia a « tirare » (ovvero quando un cucchiaino di questa, scorre non troppo velocemente se posto su un piattino inclinato), abbassare del tutto il fuoco (ma senza spegnere, così non si fredda l'ultima parte della marmellata da invasare e non si rischia di « perdere il sottovuoto »), e riempire i vasetti, chiudendoli immediatamente, ad uno ad uno.
Aspettare che facciano il sottovuoto e riporre in un luogo buio. Aprire i primi dopo almeno un mesetto (io non lo faccio mai! ;-P).
Mia sorella li gira, i vasetti, cioè li mette a testa in giù, per dettagli vi consiglio di leggere il commento di antonella QUI (hihi).
* Io negli ultimi 5 minuti di cottura do una frullatina con il frullatore ad immersione (ma non troppo, mi piace tantissimo sentire i pezzi di futta interi....).


Questo piatto è per mio padre.
In verità non lo ha ancora mai assaggiato, ma ogni volta che lo preparo penso che sia fatto apposta per lui.
A voi capita mai di pensare ad un sapore e associarlo ad una persona in particolare ancora prima che questa lo assaggi? A me molto spesso, e anche per persone che vedo per la prima volta.
Di capire quale sapore faccia per lei, dall'aspetto, dalla postura, dalle prime parole che dice, dal modo in cui le dice. Rigoroso, tradizionalista, asciutto, dolce, amaro, entrambi, semplice, sofisticato, entrambi, romantico, eccessivo, carico, ricco, privo di fantasia, superficiale, saccente, curioso, da stupire, da rassicurare, da stordire, da azzittire, da far parlare, cui far immaginare.
La cosa più divertente quando si guarda una persona per la prima volta, o che si conosce da tanti anni, è capire il sapore (o i sapori!) che fa per lei. E' un po' come per una casa da disegnare. Era un gioco che facevamo con mia cugina durante i primi anni di università, a volte a cena, a volte per spezzare i lunghi pomeriggi di studio durante i finesettimana. Lei sparava un nome, di un amico, di un cugino, di una persona appena conosciuta, e io partivo, immaginavo un luogo, di sana pianta, connotato secondo quelli che erano gli elementi che a me sembravano significativi per descrivere quella persona, un complemento di arredo, una modalità dello spazio, aperto ma piccolo, chiuso e spazioso, con spazi per pensare guardando fuori verso lontano, estramamante luminoso, abbagliante, con finestre piccole e luci interne molto calde, o sfacciato, senza recessi, o misterioso, con spazi solo per sè...
Credo sia il sapore di una casa, questo.
E il sapore per mio papà è di peperoni, della sua terra, con pomodori e cipolle, e mandorle, perchè gli piacciono, e con uvetta, perchè lui è un po' «classico» ma pure creativo, e molto molto curioso, quindi io gli metto nel piatto una cosa per lui insolita che sicuro mangerà, come potrebbe dirmi di no? Primo, è una ricetta tipica lucana, e poi, dalla figlioletta, si mangia di tutto, no?
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ingredienti (per 3-4 persone)
3-4 peperoni rossi e gialli
3-4 pomodori maturi
1 cipolla rossa
30 g di uvetta
100 g di mandorle
1 cucchiaino di zucchero (facoltativo?)
2 cucchiai di aceto di vino bianco (facoltativo?)
2-3 cucchiai di olio extravergine di oliva
sale e pepe
Lavare i pomodori, incidere la pelle e scottarli in acqua bollente, infine spellarli, privarli dei semi e tagliarli a pezzi.
Lavare e asciugare i peperoni e farli abbrustolire (girandoli ogni tanto) sotto al grill del forno, poi posarli in un piatto e coprirli con un coperchio per una decina di minuti, in modo da formare una condensa (questo faciliterà l'operazione di spellarli), poi privarli di torsolo e semini e tagliarli a falde.
Tagliare la cipolla sottilmente e farla imbiondire nell'olio, unire i peperoni, l'aceto e lo zucchero (che io non ho messo), i pomodori, l'uvetta precedentemente ammollata in acqua e strizzata, le mandorle tostate e spezzettate, il sale e il pepe.
Mescolare e proseguire la cottura per altri 10- 15 minuti, finchè i peperoni non saranno teneri ma ancora sodi.
Servire caldo o tiepido.
Perfetta pure fredda al lavoro, il giorno dopo. ;)

In forno a 200' per 30' circa in un o stampo da cake della lunghezza di 28 cm, precedentemente foderato con carta da forno.
Inzuppare abbondantemente in un bicchierone di latte fresco, perfetto davanti ai cartoni animati (con le sorelle!)... ;-)
Appena entrata, se così si può dire, perchè è un luogo in cui si entra stando fuori, mi sono sentita subito bene. Probabilmente grazie all'atmosfera estremanemte essenziale e al contempo curata e piuttosto chic (stiamo parlando di Moreno Cedroni, in versione smart, ma di grande chef sempre si tratta).
fuori), lo rendono una piccola chiave di lettura dello spazio aperto circostante. Una bancarella, un chiosco, una multipla seduta per aperitivo in piazza, uno spaccio di cibo à porter di altissima qualità.

Il cibo buonissimo e di ottima qualità*. Il chiosco prefabbricato in acciaio, teak e cristallo, progettato dallo Studio Ceccarelli, ha soddisfatto anche l'achitetto rompiscatole che alberga in me!
E poi, giretto per Senigallia, con monsieur patou che non l'aveva ancora mai vista....



Spiaggia (Bandiera Blu Fondation for Environmental Education)

Spiaggia (Bandiera Blu Fondation for Environmental Education)
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* un posto in cui tornare, magari con i miei amici foodblogger, pertanto lo mando dritto-dritto a Michelangelo, in risposta al suo appello sui luoghi di cui scambiarci indirizzi e indicazioni....

Aniko
Piazza Saffi, 10
60019 Senigallia (AN) -
Tel. e Fax: +39 071.7931228
In genere non posto mai così tardi, ma forse per un pelo ce la faccio, con la ricettina alle zucchine per Evelyne (ne avevo promessa un'altra, già postata tempo fa, ma alla fine mi andava di fare qualcosa di nuovo... ;-P), viene dritta dritta dal magico libretto di Camille Le Foll, da me stramaledettamente usato, scopiazzato, assaggiato (senza intenzione di smettere)...

Questa ricetta partecipa alla
raccolta di Evelyne
tutto ruota intorno ad una zucchina







Allora inizio eh (di chi è quella codina in alto a destra?)?
1. Secondo quale logica sono stati disposti i libri di questo scaffale?
Ovviamente, da brava maniaca, ho disposto i libri non per argomento ma per formato, non c'è niente da fa', la mia testa funziona così, ho xlo+ memoria visiva, per cui spesso, se devo ricordarmi dove ho visto una ricetta, riesco a ricordare prima il formato della foto, o il tipo di luce, o il formato del libro e il tipo di « supporto » in genere piuttosto che l'autore.
Dunque dicevo: ordine per formato, da sinistra a destra, quaderno ad anelli, più i « classici moderni » di Donna, i « robusti » con copertina telata (Jamie, Rose, ...); raccolta TOTALE della rivista di valore alimentare, quadernetto ad anelli con raccolta sulle proprietà degli alimenti, libretti vari sempre sulle proprietà degli alimenti; alcune uscite della « cucina d'estate » del corriere della sera, e i monografici della collana "l'osteria di dulcinea" della casa editrice il mulino don chisciotte, ormai rarissimi, ovver credo che sia cambiato il formato, ma a me piacevano più prima... Poi abbiamo come « rompitratta » il blocco classico della Guido Tommasi, messi in orizzontale perchè la mensola è troppo lunga, lo spazio soprastante troppo alto, lo spazio che rimane in nicchia troppo vasto, e poichè il tutto mi angosciava, e quindi dovevo limitare quel senso di indefinito con qualcosa di bello massivo e compatto, chi meglio di loro poteva farmi il blocco centrale (sopra, Sapo Matteucci e Michel Roux...)? Proseguendo a destra i « quadrati »: la piccola biblioteca culinaria e petits plats marabout, qualche inserto di rivista (ma senza la rivista), e un « quadrottino » sulle zuppe della casa editrice « Il castello ».
Andando appresso, in librone di pasticceria che mi ha regalato mia nonna Pasqualina e di cui sono gelosissima, ancora un paio di uscite del Corriere, il primo libretto di Sigrid, accanto al grande Artusi (trovo che stiano benissimo insieme (sì, va bene, ammetto che qui sono stata guidata anche dal colore (i gailli, rossi e aranci devo metterli per forza insieme, sennò mi scombinano troppo), poi ci sono un paio di quaderni rilegati in stoffa pronti per delle raccolte che ho in mente di fare da un po', (da ancora prima di aprire il blog...); ancora più avanti di nuovo verticale e di nuovo quadrati (gribaudo parragon e heinz beck, sembrano non accucchiarsi ma secondo me in entrambi, anche se i livelli non sono commensurabili, c'è qualche « lacuna », forse in un caso programmate, in un altro no, mah....), poi ancora un paio di monografie di Donna Hay, alcuni formati quadrotti, e poi finalmente quaderni, quadernoni, cartelline di raccolte di fogli di giornale e di appunti...
2. Quale libro raccommanderesti ad un amico/a che si intende di cucina?
Beh, Pentole e Provette (tra i « quadrotti », in fondo a destra), un libro sui perchè,perfetto per chi sa già i percome.
3. Quale ad un principiante che ama la cucina e vorrebbe imparare?
Assolutamente i libri del Mulino Don Chisciotte, sono splendidi, semplicissimi e ricchi, ovvero le ricette sono schiette e sostanziose senza essere pesanti, danno l'idea del cibo come nutrimento, li ho comprati apposta, anche su argomenti che pensavo di conoscere, proprio per non allontanarmi dall'idea di « cibo come frutto » (che appartenga insomma alla natura, che non sia qualcosa che si possa produrre, ma solo cogliere...), come qualcosa di cui essere grati..
4. Il più indicato per "cucinoterapia".
Sicuro Jamie Oliver, di cui ho già parlato tempo fa, lui ha un modo così allegro (scanzonato, direi) di cucinare...
5. Quale di questi libri ti ha reso quello che sei?
Credo la collana monografica della Guido Tommasi, forse in particolare i « Dolci fatti in casa » e "delizie al latte", ma credo che tutta un po' mi abbia ispirato, o condizionato? (;-))
6. Il libro di cucina più bello esteticamente? E' altrettanto valido come ricettario?
Chevvedevodì? Tanto lo sapete già, no? Donna Hay in tutte le salse. E sì, è altrettanto valido come ricettario
7. Se ne potesti salvare solo uno?
Il libro che mi ha regalato nonna: è stato il mio primo libro di cucina, le sue ricette sono infallibili e tutte particolarissime. Ogni volta che mi sono cimentata è stato un successo e sento che quel libro ha qualcosa di magico (forse perchè lei me lo ha regalato un'estate - si parla di 15-18 anni fa - in cui mi aveva visto passare i pomeriggi a copiare su un quadernino tutte le ricette che ritenevo più importanti, anche se non arrivavo mai alla fine, perchè erano troppe e troppo belle; così prima di partire, con la macchina carica di cose buone come sempre preparate da lei, come se avesse voluto darci da mangiare per l'intero anno che ci avrebbe separati fino all'estate successiva, o forse al Natale, con la macchina piena e tutti pronti per partire, lei mi ha detto con noncuranza e anche un po' burbera "prenditi il libro, va'!").
8. Se fossi un libro di cucina, o una collana, quale saresti?
Adesso come adesso forse Rose Bakery, mi scoccia ammetterlo perchè non mi piace etichettare (figuriamoci etichettarmi!), ma sarei una cosa un po' bio-chic, fatta di zuppe e piccoli assaggi finger food dolci e salati, una cosa poco impegnativa e tantotanto curata nella scelta degli ingredienti e « accogliente » nella presentazione (cucinare per altri, e porgere il cibo cucinato, è una delle cose più belle, è il gesto che demarca un legame in un modo molto forte, e che fa la vera differenza in un piatto cucinato....)
la parola a voi, ora, in tanto buon finesetimana!
Non so a voi, ma a me questi giorni capita di essere veramente a terra, in tutti i sensi. Stancastanchissima, pressione sotto i tacchi e vacanze estive che sembrano non dover arrivare mai.

Negli ultimi anni la mia mente è stata ottenebrata dall'idea che i peperoni fossero per me un alimento indigesto, fino ad un paio di estati fa, quando la questione cromatica ha avuto la meglio sulla mia "fifa da non digestione" (presunta? paranoica? vera e poi resettata da una improvvisa mutazione metabolica?), e ho sdoganato finalmente un po' della creatività culinaria repressa sull'argomento... perchè l'odore dei peperoni cotti in cucina è qualcosa che mi mette di buon umore, che fa bene, che mi fa pensare alle estati a Melfi e a mia nonna che gira in grembiule per la cucina.... (certo, questi peperoni in una veste un po' più "frou-frou" della spettacolare cucina lucana...)
Dunque torno dalla Sicilia senza una irrefrenabile voglia di mandorla? Giammai!
La verità è che in tutto il trambusto dei sopralluoghi varii, non è che ci sia stato molto tempo per guardarsi attorno (tipo fare una passeggiata o simili avvenimenti lussuosi!), e solo all'aereporto di Palermo, ormai nell'attesa forzata del volo, mi è venuto in mente che a Monsieur Patou piace tantotantissimo il latte di mandorle (vabbè, FORSE avrete notato che il suddetto ingrediente ricorre un po', in soli 8 mesi di vita del blog)!!!!
Ora non so dirvi bene se il motivo riguardi l'anti-acquisto-liquidi in aereoporto, o una vera e propria tradizione pasticcera siciliana (qualcuno dalla Trinacria giunga in soccorso a risolvermi l'arcano!!!), e questa seconda ipotesi a me, così, a occhio e croce, sembra la più accreditata, ma sta di fatto che mi sono imbattuta in una succursale all'aereporto (si dice showroom!!) della pasticceria palazzolo di Cinisi (PA), dove alla domanda "latte di mandorla" ho trovato un panetto tipo di pasta di mandorle , da sciogliere-frullare in acqua, di produzione locale e biologica.
Acciuffato e portato a casa.
Poi ieri, appena fatto l'"esperimento", è scattato il desiderio della torta, in un primo momento "total almond" (m'era preso un attacco de purismo irreversibile), poi, 30'' prima di infornare, dopo l'assaggio a crudo d'obbligo, l'ideuzza dell'acqua ai fiori d'arancio, per assecondare ancora di più il ricordo degli odori della Sicilia...
Ingredienti
160 gr farina 00
140 gr mandorle tritate finemente
1 bustina di cremor tartaro (o lievito)
3 uova
140 gr zucchero
150 gr latte di mandorle*
150 gr burro morbido a pezzetti
3 cucchiai di acqua di fiori d'arancio
mandorle a lamelle q.b.
*Preparare il latte di mandorle mescolando (e frullando poi con frullatore ad immersione) 125 gr del panetto di pasta di mandorla con 500 gr di acqua (io ho optato per una versione meno «diluita» di quella che veniva suggerita nelle istruzioni). Viene più latte di quello necessario alla torta, ma dura pochissimo, nel mio caso per esempio (ne ho fatto più di un litro), non sono nemmeno risucita ad assaggiarli insieme, torta e latte!! ;-P
In commercio, per lo meno a Roma sia nei negozi bio che in alcuni supermercati forniti, si trova il latte di mandorle in confezioni del tutto simili a quelle del latte a lunga conservazione, penso che si possa sostituire senza problemi (certo, quello di Sicilia fatto «a mano» immagino sia meglio...)
In una terrina mescolare farina, le mandorle tritate finemente e il cremor tartaro.
A parte mescolare uova e zucchero finchè il composto non diventa spumoso.
Unire i due composti e il burro morbido a pezzetti, poi il latte di mandorla ottenuto come descritto sopra, continuare a mescolare, abbastanza velocemente, se opportuno con l'aiuto di uno sbattitore elettrico. Aggiungere l'acqua di fiori d'arancio (facoltativo) e versare il composto in uno stampo da cake della lunghezza di 24 cm, rivestito di carta da forno.
Cospargere di una manciata di mandorle a lamelle e trasferire il tutto nel forno già caldo a 180°C, per 30-40'.
Il sapore è delicatissimo...
eccomi, l'immagine della stanchezza fatta persona!



